Una lettera anche per Cerveteri

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Cari amici ceretani, mi piacerebbe ringraziarvi uno ad uno per aver posto, anzi confermato, la vostra fiducia nel sindaco Alessio Pascucci, cui avete affidato le vostre speranze: un giovane onesto e capace, pronto a lottare nel bene della comunità.
Per la vostra città voglio ricordare un verso di Cesare Pavese, riportato nella sua famosa opera “La luna e i falò”: “Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra, c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.
Infatti, a Cerveteri nessuno resta solo, perchè sempre pronta e disponibile ad accogliere le persone nell’ipotetico quadro ad olio in cui sono riportati i vicoli, le cantine, i personaggi caratteristici e gli ospiti intenti nell’assaggiare i rinomati vini locali.
Ho voluto osservare la vostra bandiera ed ho voluto immaginare che il giallo simboleggia il sole che vi risplende, il rosso il vostro cuore palpitante e l’amore per la vostra città, il cervo a tre teste la vostra forza.
Prima di salutarvi ed augurarvi ogni bene, in attesa di incontrarvi numerosi alla graditissima manifestazione “Etruria Eco Festival”, voglio ricordarvi di stringerci “a coorte” come indicato nel più nobile Inno, intorno al vostro sindaco, oggi più che mai.

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Alberto Vuolo

 

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Un giovane eroe chiamato Salvo D’Acquisto

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Salvo D’Acquisto nacque a Napoli il 15 ottobre del 1920 e morì il 23 settembre 1943 a Torre di Palidoro. Fu un vice brigadiere dell’Arma dei Carabinieri e venne onorato di Medaglia d’oro al valor militare alla memoria, per aver sacrificato la propria vita salvando un gruppo di innocenti durante la seconda guerra mondiale.
Alcuni soldati tedeschi delle SS, mentre facevano un’ispezione, fecero esplodere delle casse abbandonate che contenevano munizioni e materiale esplodente: due soldati rimasero feriti e altri due morirono.
Il comandante del reparto tedesco attribuì la colpa ai cittadini del posto e pretese la collaborazione dei carabinieri per addivenire ai responsabili.
Presso il locale Comando Stazione Carabinieri, in assenza del comandante, era presente il vice-brigadiere Salvo D’Acquisto e pochi altri uomini, che esperirono delle indagini ponendosi alla ricerca di informazioni attendibili. Al termine dei lavori, accertarono che l’esplosione era stata causata dagli stessi tedeschi, manipolando le casse di munizioni, forse lasciate da militari della Guardia di Finanza che si erano allontanati da quei luoghi.
I soldati tedeschi, incalzati dagli ordini provenienti direttamente dalla Germania, un’ordinanza del maresciallo Kesserling, minacciarono di fare una durissima rappresaglia se non fossero stati individuati dei colpevoli.
Il 23 settembre 1943, il giorno peggiore per il vice-brigadere, ci furono i rastrellamenti da parte dei tedeschi, che portarono alla cattura di ventidue persone scelte in maniera del tutto casuale tra i residenti del posto mentre, una squadra armata prelevò forzatamente Salvo D’Acquisto dalla caserma e lo portò nella piazza principale di Palidoro, insieme con gli altri ostaggi. Nel corso di un rapido interrogatorio, tutti gli italiani presenti si dichiararono innocenti e, nel frattempo, il vice-brigadiere fu separato rispetto ai rastrellati, tenuto sotto controllo dai militari tedeschi, che non mancarono di prenderlo a bastonate e di picchiarlo: egli, tuttavia, mantenne un dignitoso contegno. A quel punto i tedeschi chiesero a Salvo D’Acquisto di indicare i nomi dei responsabili ma, il carabiniere rispose ancora che circa l’esplosione non vi erano responsabili.
Gli ostaggi furono condotti fuori dal paese, gli furono consegnate delle vanghe con le quali scavare una grande fossa comune in vista della loro fucilazione.
Improvvisamente, mentre scavavano la propria fossa, tra le lacrime e la disperazione, sia loro che dei parenti accorsi, gli ostaggi furono tutti inaspettatamente rilasciati, ad eccezione del vice-brigadiere Salvo D’Acquisto.
Quest’ultimo infatti, si autoaccusava dell’attentato, pur non essendone responsabile, per salvare la vita dei ventidue prigionieri che venivano subito liberati.
Salvo D’Acquisto rimase all’interno della fossa, davanti al plotone pronto a mettere in atto la crudele esecuzione. I soldati tedeschi lo fucilarono senza pietà. Il suo corpo venne poi ricoperto con la terra scavata in precedenza. L’eroe aveva soltanto 23 anni.
Oggi al vice brigadiere dei Carabinieri Salvo D’Acquisto e alla memoria del suo sacrificio sono stati intitolati monumenti, viali, scuole e caserme: mai abbastanza rispetto alla sua rinuncia alla vita per il bene di altri.

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Alberto Vuolo

 

 

“Tutto ciò che (forse) non sapevi sulla comunità Rom e Sinti”

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La storia dei rom e dei sinti è una storia di oppressione che va dalla discriminazione quotidiana e la persecuzione razzista, fino agli internamenti operati dal regime fascista e al genocidio sistematico perpetrato dal regime nazista. In Italia vengono soprattutto confusi con la popolazione europea dei romeni o rumeni, in ragione della somiglianza tra le due parole (rom/lingua romaní e romeni/lingua romena) o forse per la cittadinanza di alcuni di loro. In realtà non vi è alcuna connessione, neppure etimologica, tra il termine rom (plurale roma) ed il nome dello Stato di Romania, il popolo romeno o la lingua romena, facente parte del gruppo delle lingue neolatine.
I rom ed i sinti, fin dal loro arrivo in Europa, sono stati definiti “stranieri pericolosi” e sono stati accusati di spionaggio, di essere malauguranti e di essere esperti nel rapimento di bambini, così come di rifiutare di lavorare per la loro “inclinazione al furto”. I Rom e i Sinti sono tutt’ora soggetti a pregiudizi e stereotipi di tipo razzista e per questo è difficile che un rom dichiari le proprie origini ad un eventuale datore di lavoro.
Le discriminazioni si verificano frequentemente in Europa, in conseguenza di credenze popolari persistenti, spesso avallate dai mezzi di comunicazione di massa, che contribuiscono ad appesantire la discriminazione nei loro confronti.
Molti organismi di tutela dei diritti umani, nonché studiosi ed esponenti del mondo della cultura, hanno denunciato che nei media italiani l’immagine sociale di queste due comunità viene costruita quasi esclusivamente nel racconto di fatti di cronaca, quasi sempre “nera”, piuttosto che nell’ambito di una discussione sulla tutela di una minoranza etnica riconosciuta dall’O.N.U., con la rappresentazione dello “straniero lontano da noi”, dello “straccione” e del “parassita”. Le istituzioni che si ne occupano, si trovano spesso ad affrontare il problema di una opinione pubblica ostile, orientata a considerare solo i “dati antisociali” e le “statistiche criminali”, con la conseguenza di individuare nella condizione nella quale vivono, un fenomeno di devianza sociale. Il modello “segregazionista” che ne consegue, che contempla disuguaglianze a livello della sfera pubblica, prosegue l’assenza di una politica di “reale integrazione”. I rom vivono in due mondi diversi, due mondi che sono per alcuni aspetti incompatibili, per altri semplicemente paralleli. Il costante rapporto con i gagè è una relazione del tutto diversa con quella di altri popoli e minoranze etniche. Una relazione che non è di “confine”, in quanto non vi sono “territori rom” e “territori non-rom”; né può essere definita una relazione coloniale, in quanto i gagè non hanno mai conquistato i rom, né viceversa. Le popolazioni non-rom costituiscono l’ambiente sociale dove vivono i rom. I rom vivono in mezzo ai gagè, all’interno di una struttura che è destinata da un lato a resistere a tutti i tentativi di genocidio culturale (dopo essere sopravvissuti all’olocausto), dall’altro a sfruttare con successo le risorse economiche e territoriali dei gagè, convivendo in un’ostilità estrema e collocandosi in tutte le nicchie nelle quali intravedono una possibilità. L’International Labour Organization (ILO), l’agenzia per il lavoro delle Nazioni Unite, nel suo rapporto sull’applicazione delle “Convenzioni e Raccomandazioni internazionali” del 6 marzo del 2009, ha condannato l’Italia per il “clima di intolleranza esistente”, creato dai “leader politici” italiani, colpevoli di usare una “retorica aggressiva e discriminatoria nell’associare i rom alla criminalità, creando così un sentimento di odio, ostilità e antagonismo dell’opinione pubblica”. Il rapporto chiede inoltre, al governo italiano, di eliminare il clima di intolleranza, violenza e discriminazione delle comunità rom e di assicurare loro, sia legalmente che socialmente, i diritti umani fondamentali, facendo in modo che gli atteggiamenti discriminatori siano meglio identificati e condannati. Il Commissario Europeo per i diritti umani, in un rapporto del 2006, ha denunciato le condizioni dei campi rom. Secondo il mio modesto e sincero parere l’Italia ha molto da imparare, soprattutto sul campo delle discriminazioni, deve svegliarsi da questo coma e non discriminare nessuno.

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Alberto Vuolo

Una piccola lettera aperta per la mia Ladispoli

Ladispoli.JPGCari Ladispolani, chi vi scrive non ha importanza ma, per correttezza, vi farò sapere chi sono. Sono un ragazzo di ventuno anni, abito a Ladispoli praticamente da quando sono nato. Ciò che sogno, fin dalla tenera età, è un paese libero, senza odio e discriminazione. Certamente starete pensando che è un qualcosa di impossibile, irrealizzabile, un’utopia, ma se chiedo il vostro aiuto è perché ce n’è bisogno davvero. Ve lo chiedo per cortesia e con il cuore in mano, fate che questo mio sogno si realizzi, non vi chiedo tanto, vi chiedo di amarvi e preoccuparvi l’uno dell’altro, rendere il paese libero, disponibile e accessibile a tutti, alle persone meno fortunate ed a quelle che non conoscono la parola “libertà”. Fra pochi giorni ci sarà il ballottaggio per eleggere il sindaco che dovrà occuparsi di fare bene per la nostra città; ciò che vi chiedo è di ragionare non con il cuore ma con la testa; se ragionate con il cuore, ricordate Ungaretti: “è il mio cuore il paese più straziato”. Affidate la nostra Ladispoli in buone mani e che il rosso della nostra bandiera simboleggi il nostro amore per Ladispoli ed il blu il colore del nostro mare e non lamentatevi se il fiore del vicino è più profumato del vostro perché di fiori ne possiamo trovare tanti. Solo tutti insieme possiamo riuscire a rendere Ladispoli più bella, più pulita, più accessibile.

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Alberto Vuolo

Binyavanga Wainaina, uno scrittore senza paura

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Binyavanga Wainaina nasce in Nakuru, in Kenya il 18 gennaio del 1971 ed è uno scrittore e giornalista keniota, conosciuto soprattutto per essere il vincitore del premio Caine per la scrittura africana. I suoi libri trattano tematiche legate alla famiglia, all’Africa e all’omosessualità, che ha anche dichiarato nel 2014. Nel mese di aprile del 2014, la rivista “Time” lo ha incluso nella classifica annuale “Time 100” come una delle persone più influenti del mondo. La decisione di Binyavanga di rivelare la propria omosessualità ha suscitato reazioni diverse tra i keniani, sui social media alcune persone lo hanno elogiato molto per il suo coraggio, mentre altri lo
hanno ammonito sui rischi corsi. Le persone omosessuali rischiano fino a dieci anni di carcere in Kenya, Nigeria e Uganda se condannati. Lo scrittore, nello stesso anno, dichiarò: “Non sono il tipo capace di tenermi un segreto” Quanto al suo coming out, deciso a pochi giorni dal suo quarantesimo compleanno, spiega: “a una certa età… le opinioni degli altri non ci importano più.” Nel 2015, Binyavanga Wainaina lancia l’allarme contro la strage dell’ISIS al campus, che causò 148 vittime innocenti, dicendo: “La scuola è un simbolo, vogliono distruggere il futuro del nostro Paese.”
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Alberto Vuolo

Salvatore Riina, quella terribile belva

Salvatore Riina, meglio conosciuto con i soprannomi “Totò”, “u curtu” e “la belva”, nasce a Corleone il 16 novembre del 1930, è un criminale italiano legato all’organizzazione criminale “Cosa Nostra”, è considerato il capo dell’organizzazione dal 1982 fino al suo arresto, avvenuto il 15 gennaio 1993. All’età di 19 anni, coinvolto in una rissa, fece il suo primo omicidio e scontò la pena nel carcere dell’Ucciardone a Palermo. Totò Riina viene arrestato nuovamente nel 1963, sconta alcuni anni di prigione e poi viene assolto nei due processi a suo carico, che si svolgono a Bari e Catanzaro. Il mafioso viene assegnato al soggiorno obbligato ma da subito diviene latitante. E’ in questo periodo che Luciano Leggio, detto Liggio, viene arrestato, Riina prende il suo posto e al comando del clan cosiddetto “dei corleonesi”, accresce notevolmente il suo potere economico-finanziario, grazie allo spaccio di droga ed alla sistematica vittoria nelle gare d’appalto per le opere edilizie. In seguito, Totò Riina “toglie di mezzo” uno dei più importanti rivali, Stefano Bontade, riuscendo così a conquistare il potere su tutta l’organizzazione di “Cosa Nostra”. Ordina diversi omicidi e realizza di fatto, in questo periodo storico, una campagna aggressiva contro lo Stato, che culmina con l’assassinio dei giudici Falcone e Borsellino. È il 15 gennaio del 1993 quando Riina viene catturato dal R.O.S. (Raggruppamento Operativo Speciale) dei Carabinieri; il boss ha già alle spalle due condanne all’ergastolo. Il suo arresto avviene nel centro di Palermo, di fronte la sua villa in via Bernini, dove “la belva” aveva trascorso 25 anni di latitanza. E questa volta viene rinchiuso nel carcere speciale dell’Asinara, in Sardegna, dove rimane fino al mese di luglio del 1997. In seguito fu trasferito al carcere di Marino del Tronto ad Ascoli dove, per circa tre anni, è sottoposto al “carcere duro”, previsto per chi commette reati di mafia. Mentre nel 12 marzo del 2001 gli viene revocato l’isolamento, consentendogli così la possibilità di vedere altre persone nell’ora di libertà. Oggi, la Cassazione, in diversi processi ha sostenuto che Riina, affetto da diversi problemi di salute, abbia diritto ad una morte dignitosa. Secondo il mio modesto parere, Salvatore Riina, a prescindere dalle sue malattie, deve passare il resto della sua vita in prigione e magari curato per continuare a scontare la sua pena.
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Alberto Vuolo

Gli anni oscuri di Roma: la banda della Magliana

Tra le peggiori organizzazioni criminali che imperversano o hanno imperversato in Italia, nella capitale c’è la cosiddetta “Banda della Magliana”. Nel 1976, Franco Giuseppucci, chiamato prima “er fornaretto” e in seguito “er negro”, fu uno dei componenti della banda, un criminale del quartiere di Trastevere che nascondeva e trasportava armi per conto di altri criminali. Un giorno si fermò davanti ad un bar e l’auto carica di armi, una Volkswagen “Maggiolone”, gli venne rubata; le armi contenute nel bagagliaio erano di un suo amico, Enrico De Pedis soprannominato “Renatino”, un rapinatore di Trastevere, abbastanza conosciuto tra la malavita romana. Successivamente, Franco Giuseppucci trovò il ladro che gli aveva sottratto l’auto ma le armi erano state vendute ad un gruppo di rapinatori appena formatosi nel nuovo quartiere romano della Magliana, soliti ritrovarsi in un bar di Via Chiabrera. Franco Giuseppucci decise, allora, di andare a parlare con “quelli di via della Magliana” ed in particolare, cercò e trovò Maurizio Abbatino detto “Crispino”, altro giovane rapinatore dal sangue freddo che aveva acquistato le armi. I due stranamente si accordarono per compiere alcuni colpi insieme ed il gruppo si compose anche del citato “Renatino” e gli altri della Magliana. Da semplice associazione di rapinatori, il patto prese la forma di una potenziale organizzazione per il controllo della criminalità romana, nella quale iniziarono a “lavorare” anche criminali di altre zone: Marcello Colafigli soprannominato “Marcellone”, Edoardo Toscano detto “l’Operaietto” e Claudio Sicilia detto “er Vesuviano” per le sue origini campane. Il loro primo “lavoro” si svolse il 7 Novembre 1977 e fu il sequestro del duca Massimiliano Grazioli Lante della Rovere, che però finì male. Per inesperienza, Franco Giuseppucci e gli altri non riuscirono a gestire la situazione e dovettero chiedere aiuto ad un altro gruppo criminale, una piccola banda di Montespaccato, un componente del quale, per errore fece vedere il suo volto: per questo il duca fu ucciso. Riuscirono comunque ad incassare il riscatto, lo divisero con l’altro gruppo ed invece di suddividere tra loro la loro quota, decisero di reinvestirla in nuove attività criminali.
Da qui, l’unione con altri gruppi romani: uno del quartiere Tufello con a capo Gianfranco Urbani, soprannominato “er pantera” ed uno di Ostia con a capo Nicolino Selis che aveva forti legami con la Camorra e i Testaccini, un violento gruppo del quartiere Testaccio di Roma, comandato da Danilo Abbruciati, soprannominato “er camaleonte”. E così si iniziò a parlare della banda della Magliana. Franco Giuseppucci fu il primo a cadere, ucciso in Piazza San Cosimato a Trastevere il 13 settembre 1980, con un colpo di pistola esploso da un esponente di un clan rivale della famiglia Proietti, soprannominati “i pesciaroli”. Con una pallottola nel fianco salì sulla sua Renault 5 e riuscì ad arrivare fino in ospedale, crollando poi fra le braccia degli infermieri e morendo mentre i medici stavano intervenendo. La sua morte fu un pretesto per scatenare una guerra di rappresaglia contro “i pesciaroli” ed un forte momento di aggregazione della banda. Nell’aprile del 1982, Danilo Abbruciati si incaricò di eseguire un atto di intimidazione a danno del vicepresidente del Banco Ambrosiano, Roberto Rosone: la sua arma inizialmente si inceppò ma poi riuscì a gambizzare il banchiere ed il suo autista ma, durante la fuga in moto, venne colpito alle spalle da alcuni colpi di pistola esplosi da una guardia giurata. Mentre i capi dell’organizzazione e diversi aderenti ad essa venivano arrestati e condannati in tribunale, uno di essi, il falsario Antonio Chichiarelli detto “Tony”, coprotagonista di risvolti inquietanti dei delitti di Aldo Moro e Mino Pecorelli, pianificò ed attuò una spettacolare rapina al deposito blindato della Brink’s Securmark, che fruttò ai criminali un bottino di diversi miliardi di lire; il Chichiarelli stesso lasciò sul luogo del delitto alcuni oggetti che richiamarono l’attenzione degli inquirenti sugli omicidi Moro, Pecorelli e Varisco: il falsario non ebbe il tempo di godersi il frutto del proprio atto criminoso in quanto un sicario, rimasto ignoto, lo uccise con nove proiettili, solo pochi mesi più tardi. Colpita al cuore dagli omicidi e dal lavoro della magistratura, la Banda della Magliana si avviò verso il tramonto: mentre De Pedis andava incontro al suo tragico destino, si segnalarono i primi casi di pentitismo, con le defezioni di Abbatino, Mancini e di Fabiola Moretti, ex compagna di Danilo Abbruciati, specialista dell’organizzazione nella raffinazione e qualificazione dei narcotici. L’ultimo capo della banda della Magliana a morire, fu Enrico De Pedis, il 2 febbraio 1990. Il trasteverino Enrico De Pedis, proprietario di note trattorie, fu ucciso in pieno giorno in via del Pellegrino, tra la folla del mercato di Campo de’ Fiori. Tumulato inizialmente al cimitero del Verano, fu poi sepolto, in grande riservatezza, il successivo 24 aprile, nella Basilica di Sant’Apollinare, dove si era sposato nel 1988: riguardo particolarissimo, che quando fu risaputo diede molto da parlare ai cronisti. La notizia uscì subito sul quotidiano “Il Messaggero” nel 1995 e solo due anni dopo, in un servizio della giovane reporter Raffaella Notariale, inviata speciale per la trasmissione “Chi l’ha visto?”, furono resi pubblici i documenti originali e le foto del sarcofago sistemato nel sotterraneo della Basilica di Sant’Apollinare. La notizia dei documenti originali, mai visti prima, lanciò la stagione televisiva del programma facendone la sua fortuna.

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Alberto Vuolo